padri, padri e figlie

Corri ragazza, corri.

viola correCorri, come abbiamo fatto io e tua madre, 12 anni fa, quando hai deciso che era proprio venuto il momento di farti conoscere da tuo padre. Perché tua madre ti conosceva già. Perché le madri vi conoscono prima. Da sempre. Perché le madri han quella fortuna lì, di sentirvi dentro. Un padre nasce con un figlio. Nello stesso istante in cui vi vede. Io son nato con te, come padre.

Corri felice, perché ridere è importante. Ridere di te, soprattutto. Un vecchio trucco che ti permette di ammortizzare la sofferenza che si vive quando sono gli altri a ridere di te. Ridi come tua madre, che ride sempre. Quella madre che mi ha insegnato ad essere leggero, io che di leggerezza parlo e ne faccio un vanto. Ridi di ciò che vedi, non ridere degli altri. Ridi con le tue amiche, senza vergogna, senza pause, fino a farti mancare il fiato. Quando succede a me, mi sento vivo. Forte. Ridi della vita, di me e di tua madre. Che siamo buffi nel tentativo di aiutarti a crescere. Ridi con tua sorella, che ha la risata contagiosa. E’ venuta per quello. Per ricordaci che ridere è importante.

Corri forte, come fai quando giochi. Corri da sola, con gli altri, ma corri. Corri forte, perché la vita a volte corre, il mondo viaggia, spinge ed è necessario correre per stargli dietro. Corri e salta. Affronta gli ostacoli, non girargli intorno. Fallo da sola, quando ci riuscirai e quando ti sarà impossibile chiedi aiuto. A me a tua madre a chi vuoi, ma fallo. Perché non tutto si affronta da sola. Corri forte figlia mia, ma impara a fermarti quando sei troppo veloce per gli altri, per non rimanere sola e per non lasciare soli gli altri. Ma questo lo fai benissimo, da sempre. Non sei capace di lasciare indietro nessuno. Sei fatta così.

Corri da sola da un po’. Vuoi stare a casa senza nessuno, vuoi spazio, vuoi tempo per te. Lo meriti e te lo sei guadagnato. Corri da sola anche a scuola e tua madre ti osserva da vicino. Quel da sola che sembrava impossibile, quel da sola che ci fa sentire felici ma che ci spaventa, perché da sola vuol dire fuori dal nostro controllo e dalla nostra protezione. Corri da sola e sei felice, perché senti che aver fatto da sola aumenta il valore di ciò che guadagni. Oggi, orgogliosamente, da sola. Se riuscissi a spiegarti quanto mi rende felice la tua capacità di far da sola, figlia mia, avrei fatto la metà del lavoro che spetta ad un padre.

Corri con gli altri, perché lo sai fare. E’ una tua competenza, innata e forse per un piccolo pezzo anche imparata da noi. Me è tua. In ogni gruppo, in ogni classe, nella tua squadra, agli scout, sempre la stessa storia. Sei un collante, stai con tutti, mai un’invidia, un contrasto. Sai guardare, capisci di cosa han bisogno gli altri. E’ come se fossi caduta nella pozione, tipo Obelix. La pozione della relazione. Sei tu. In questi dodici anni chi ti ha incontrato mi ha rimandato la stessa cosa. Viola è così. Ed è vero, figlia mia e non sai quanto, più di ogni cosa, questo mi renda orgoglioso di te. Altro che pagella.

Corri e impara, perché avrai bisogno di questo per affrontare i prossimi anni. Impara a soffrire. A rialzarti, perché correndo è più facile cadere. Impara a spezzare il fiato, ad andare oltre il limite che ti eri posta o che ti sembrava invalicabile. Corri e impara a correre, perché se ti osservi mentre corri, poi corri meglio. Perché guardarsi mentre si corre aiuta a capire cosa si sbaglia e cosa invece funziona. Impara a correre e poi usa ciò che hai imparato nella corsa per imparare a rallentare, a fermarti. Impara a correre perché a volte dalle cose bisogna anche correre via. Impara a star dentro e quando è necessario a scappar via.

Corri e non dimenticare chi sei, da dove vieni e chi ti ha aiutato a diventare così. Non dimenticare le persone che ti hanno accompagnato, tienile in mente. Non dimenticare di dirglielo. Di dirgli che ti sono state utili, che gli vuoi bene. Non dimenticare però che se sei così è anche merito o responsabilità tua, non cercare alibi. Non cercare colpe e colpevoli, cerca strategie per uscire dai problemi, soluzioni, competenze, stimoli, idee. Cerca di non fermarti mai. Non dimenticare di non accontentarti, perché vali. Più di quello che a volte ti restituirà la vita. Più di quanto alcuni ti faranno pensare. Non dimenticare che tuo padre ci sarà, anche quando avremo litigato, ci saremo urlati contro le peggiori cose, anche quando mi sentirai lontano. Non dimenticarlo bambina mia. Mai.

Corri, che sei bella, figlia mia. Io ti aspetto qui.

Buon compleanno ragazzina colorata.

Christian S.

 

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educatori, educatori naturali

La cordata

arrampicata.jpg“Dai Alice, vieni su di li a destra e poi passa la corda”

“Babbo devo riposare un pochino, son troppo stanca!”

“Ma come? Sei cosi giovane te! Va bene, inizio ad andare avanti tanto mi riprendi subito”

“Babbo cominci ad esser vecchiotto, sta attento, più sù la roccia diventa friabile!”

“Tranquilla conosco a memoria questo tratto, non montarti la testa, sono sempre io il capo cordata”

La cordata. Il babbo me lo ripeteva sempre “Alice, la cordata è tutto quello che conta in una scalata, non romperla mai, per nessun motivo”. Eppure quella mattina nessuno dei due aveva dato peso a quelle parole, gli appigli della parete sud del Cervedo erano un po’ come le scale di casa per lui ed io ero troppo presa dal pensiero fisso che avevamo quell’estate: Il Cervino.

Stavamo facendo le prove generali per l’attacco alla vetta che il babbo sognava fin da quando era bambino e guardava il nonno tornare a casa dalla fabbrica con i chiodi da roccia che si era costruito insieme agli amici operai per aprire nuove vie su quelle enormi cattedrali di roccia ancora inviolate all’epoca. Quando avevo 15 anni il babbo per il mio compleanno mi prese sulle ginocchia davanti il caminetto della cucina e mi affidò il più prezioso tra i ricordi: “Alice, apri la mano e poi chiudi gli occhi.. ecco fatto, ora puoi riaprirli!”-” Babbo, ma cos’è questo”- “Questa, Alice, è la Fede”-“La fede? Babbo ma io vedo solo un pezzo di ferro!”-“Si bimba mia, questo è il chiodo che tanti anni fa salvò il nonno sul Pilastro Rosso del Bianco, questa è la Fiducia, è il rifugio per ogni paura, è l’appiglio che ti tiene stretto alla vita quando vai troppo oltre i tuoi limiti, è la mano che sarà sempre pronta a stringerti forte quando ne avrai bisogno, abbine cura e non perderla mai, perché quando ne avrai bisogno ci sarà sempre!”. Risposi con un sorriso a quelle parole, ero piccola, non potevo capire il significato di quel gesto, ma ricordo che ero emozionata al pensiero del nonno, il mio ricordo più prezioso di lui era quando la domenica mattina mi portava su al passo a guardare le aquile volare sulle alte vette che abbracciavano la valle…Che meraviglia, mi parlava di Bonatti, suo compagno di cordata ai tempi della fabbrica, mi raccontava le storie che il vento soffiava nei paesini di montagna quando ancora le persone si sedevano a tavola e parlavano anziché fissare uno schermo fatto apposta per non comunicare.

Il chiodo da roccia del nonno l’ho conservato sempre, non l’ho mai buttato via, neanche dopo quella mattina sul Cervedo, lo tenevo sempre al collo, vicino il cuore. Tutto quello che mi era rimasto della mia vita in cordata, l’unico ricordo di una vita in verticale, tutto il resto lo avevo buttato via dopo quella fredda mattina; corde, imbraghi, moschettoni, non volevo più vedere niente, dovevo dimenticare, cancellare, e per anni le scale dell’ufficio al quarto piano del palazzo Monsaldi nel centro di Milano erano state il massimo dell’arrampicata che volevo fare.

 Avevo la vita che a 18 anni, quando ero sulla cima del mio prima 4mila, il Monte Rosa, mi ero promessa di non fare mai. Avevo una routine, vivevo inscatolata in una delle tante scatole per uomini del centro di Milano, il massimo del verde che mi concedevo erano le passeggiate a Parco Sempione la Domenica pomeriggio con le amiche di lavoro e tutto questo mi piaceva.

Dopo quella mattina avevo chiuso a chiave l’armadio dei ricordi e nascosto la chiave dove neanche io sarei riuscita a trovarla un domani, avevo paura di ricordare, paura di rivivere quei momenti e così lasciai la casa dei miei in mezzo alla valle e mi trasferii subito a Milano dalle mie cugine che da anni mi invitavano ad andare a stare da loro: “le montagne ormai appartengono al passato, la vita è nelle grandi città ora”, cosi dicevano ed io avevo il bisogno di crederci, il bisogno di guardare la vita ad occhi chiusi e ricominciare.

E ci ero riuscita, o almeno cosi pensavo, mi ero davvero convinta che quella potesse essere chiamata “vita” fino a quando una mattina di febbraio di un anno fa squilla il telefono nel mio piccolo monolocale, dall’altra parte c’era la mamma: “Ciao Ali, come stai? Tutto bene? Ascoltami, so che per te non è semplice ma c’è una cosa che credo tu debba vedere, ti va di venir su nel fine settimana”-“Mamma, di cosa si tratta? Se riguarda papà non voglio parlarne, sai come la penso e non ho voglia di tornare indietro”-“Si Ali, lo so ma ascoltami se ti dico che devi venire, c’è qualcosa di tuo che devo darti”-“Scusami, qualsiasi cosa sia non mi interessa, questo fine settimana poi ho anche vari impegni di lavoro, non ho più tempo per questo genere di cose, a presto mamma, ora devo scappare che mi cercano in Ufficio”. Neanche il tempo di lasciarle spiegare ed ero già sul pianerottolo di casa, corsa per le scale per riuscire a prendere il tram e poi dritta in ufficio. Doveva essere una delle mie  solite mattinate di lavoro immersa nei grigiori del mondo che mi ero costruita ma sul tram accadde qualcosa che dopo anni avrebbe cambiato ancora la mia vita. Ero seduta tranquilla al mio posto, occhi bassi sul display del cellulare e solite cuffiette nelle orecchie, fino a quando alla fermata davanti la stazione centrale salgono un padre ed una figlia entrambi con i loro zainetti da montagna e con gli occhi accesi da emozioni che credevo di aver ormai dimenticato, erano ancora legati in cordata e la gente li guardava strano; chi rideva di loro, chi invece si preoccupava per la “povera bambina”, quasi come se invece fosse normale truccarsi ogni mattina per non farsi riconoscere dalla vita oppure lavorare a ritmi spaventosi per produrre cose inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi per poter comprare.

La bimba però era palesemente imbarazzata da tutto ciò, così mi levai le cuffiette per cercare di sentire cosa stava dicendo al padre: “Babbo, sciogli la corda dai, queste persone ridono ed io ho vergogna”, il babbo la guardò con lo sguardo che solo un padre può regalare ad una figlia e le disse: “Bambina mia, queste persone che vedi intorno a te non esistono, sono solo delle sagome di cartone che si muovono su e giù in questo gran frastuono, ridono perché non sanno cosa vuol dire davvero respirare, bere, camminare, ridono perché non sanno la differenza tra vivere ed essere vissuti, ora ascoltami bene”- Con una mano prese in braccio la piccola e con l’altra afferrò il moschettone e la corda che avevano stretti in vita- “Li vedi questi due oggetti, insieme rappresentano tutto quello di cui gli uomini hanno bisogno per riuscire a scalare la montagna più alta di tutte, la vita! Il Moschettone è l’Amore, è la forza che ci rende capaci di guardare gli altri come fratelli perché è lui che aprendosi tiene la corda stretta alle nostre vite, proprio come quando voi bambini dopo aver litigato vi stringete il mignolino per far pace, funziona proprio così, l’Amore ci mette tutti sullo stesso piano e ci rende capaci di assicurarci alla Corda, il simbolo della Condivisione, la Corda, la Comunità, l’unica cosa che permette all’uomo di raggiungere una vetta ed esser più vicino a Dio, la Corda è il senso profondo della fratellanza, se uno cade lei lo tiene stretto al compagno, lo tiene stretto alla vita. Un Moschettone ed una Corda, l’Amore e la Comunità, tutto questo figlia mia non c’è nelle vetrine di questi grandi negozi destinati a scivolare via prima o poi perché fanno parte di tutto quello che queste persone, che ora ridono di noi, hanno costruito per sentirsi più vivi in queste grandi scatole di cartone. Ora basta vergognarsi, dobbiamo scendere, si torna a casa dalla mamma e dal fratellino, sei pronta a raccontargli tutto della nostra avventura?”.

L’esempio è la scintilla che può accendere il fuoco più forte di qualsiasi altra distrazione, la forza che riaccende la Volontà, il fuoco che ci da la forza per tornare a fare tutto quello che ci far star davvero bene e che mettiamo da parte perché “abbiamo sempre cose più importanti da fare”.

le parole di quel padre, gli occhi di quella bambina, avevano smosso qualcosa giù nel fondo della mia anima, avevano dato uno scossone all’armadio dei ricordi facendolo cadere e venir fuori tutto…

La prima volta in parete, gli stambecchi che venivano giù di corsa dai crinali, l’acqua che scorreva silenziosa sulle colonne di quelle enormi cattedrali, il cuore che batteva forte sulla cima del M.Bianco, gli occhi di mio padre mentre parlava del Cervino…

In ufficio mi stavano aspettando per un’importante riunione in programma da mesi, ma ad un tratto non contava più nulla, ad un tratto non avevo più tempo per “le cose più importanti da fare”, ad un tratto sentivo di nuovo il bisogno di vivere leggera come le aquile, volare sugli alti campanili di granito e guardare questo mondo dall’alto, dove un attimo vale ancora un attimo senza il bisogno di chiederti come mai.

Nei finestrini del treno diretto a casa scorrevano i gioielli più preziosi del mio passato, i ricordi della vita che mio padre aveva saputo regalarmi, nel vetro c’era la promessa di una ragazza al proprio padre, c’era la donna che ora è qui su, a 4478 metri, per tener fede a quelle parole: “Babbo prometto che poi quando arrivo per prima su in cima ti aspetto per la foto!”.

Ed eccomi qui Babbo, la cima del Cervino, il tuo sogno più grande, sono qui ad aspettarti perché ora so che arriverai, ora so che quella fredda mattina non ci ha diviso perché la nostra cordata è ancora unita, so che tu sei qui, di fianco a me e mi guardi ancora negli occhi come il giorno dei miei 15 anni, come il giorno in cui hai legato la tua vita alla mia, come il giorno che mi hai resa libera babbo!

Questa cima è per te, che ora voli libero in questi alti spazi, in questi enormi silenzi…

Il Chiodo, il Moschettone e la Corda.

La Fede, l’Amore e la Comunità.

Di Valerio Sirignano

Un ringraziamento particolare a Valerio, per avermi affidato questo racconto e per il testo che trovate in questo post. Suo anche questo. 

Benvenuto sui miei blog. Christian S.

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padri, padri e figlie, sarnopedagogia

Nata libera

lisaSei nata libera, proprio come tua sorella. Sei figlia mia, viva, ribelle, sempre fuori dagli schemi. Io so cosa vuol dire e so quanta fatica farai e faremo. Ma siamo pronti. La faremo insieme. So che tra qualche mese, inizierai a muovere i piedi sotto il banco, scalpiterai, ma ci riusciremo, perchè sei sveglia e veloce. Ci riusciremo perchè non siamo soli. Perchè c’è tua madre, che più di me sa come aiutarti a fermarti e rallentare. Sei selvatica, impulsiva, testarda e intuitiva. Sai osservare, non ti sfugge quasi nulla. Ogni tanto ti fermi, come in questa foto e guardi con i tuoi occhi grandi il mondo che ti circonda, lo guardi con occhi curiosi, interessati e profondi. Poi ti giri, ti accorgi che ti guardo e che sei in piedi sul mobile della cucina. Sai che non dovresti e mi sorridi. Io dovrei dirti qualche cosa, ma riesco solo ad abbracciarti, forte.

Insieme a tua sorella, sei una delle cose più belle che mi sono capitate nella vita. Perchè alcune cose capitano, son colpi di fortuna.

Sei nata in un giorno speciale da una donna straordinaria. Sei nata con un’anima libera, indipendente, in questo senso non assomigli a nessuno, assomigli a te. Sei nata così e così sei rimasta. Perchè alcune anime non si cambiano, si accompagnano e cercare di cambiarle vuol dire rischiare di trasfromarle in qualche cosa che non sono.

Proveremo a fare proprio come quel vetro su cui appoggi le mani. Proveremo ad aiutarti a guardare fuori, senza che il freddo ti entri dentro. Almeno per il tempo in cui ci sarà possibile. Poi ti compreremo una sciarpa pesante e aspetteremo svegli quando ritornerai a casa la sera tardi con l’auspicio di averti aiutato a rimanere libera mentre incontri il mondo. Sperando di essere riusciti a farti sentire “giusta” anche quando gli altri proveranno a farti sentire “sbagliata”. Perchè come dice tua sorella hai qualche cosa di “speciale” dentro. Tu essere speciale, che ancora non lo sai, quanto siano preziose le anime speciali, per noi. 

Christian S.

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dar voce ai padri, padri, padri che parlano di madri, padri in educazione

Ho visto padri che voi umani…

sarno-bb

Ho visto e incontrato tanti padri in questi anni ultimi perché ho avuto la fortuna di avere uno straordinario osservatorio: il mio lavoro da educatore professionale. Se ti occupi di educazione e di adolescenti per quasi 20 anni, il ruolo del padre hai la possibilità di incontrarlo sotto svariate forme. Nella mia prima parte di carriera ho incontrato soprattutto padri che stavano attraversando qualche fatica e fragilità, affettiva, psicologica ed ovviamente educativa. Negli ultimi anni ho provato anche ad incontrare “gli altri” padri, quelli che ci stanno provando, quelli che portano domande, quelli che con i figli passano del tempo, anche e spesso felicemente.

Ho visto padri fantasma. Li ho visti soprattutto negli occhi e nelle azioni dei ragazzi. Perché l’assenza si vede. La noti anche nella interpretazione che fanno del tuo ruolo, soprattutto se sei un maschio. Ragazzi e ragazze che ti si attaccano addosso, emotivamente e in modo spesso eccessivo, inopportuno, quasi a cercare una compensazione che molto probabilmente non sarai in grado di dare. Ho incontrato ragazzini che avrei voluto portare a casa, perché l’assenza, non solo dei padri, li fa sentire soli. In tanti momenti mi son sentito solo come loro. Solitudine connessa con il senso di impotenza. Con il desiderio di fare più di quello che professionalmente potevo fare. Ho avuto rabbia per questi padri, perché il dolore dell’abbandono non riesce, spesso, ad avere spiegazioni e perché da padre, so cosa stanno lasciando.

Ho visto padri sfuggenti. Incapaci di trovare un ruolo, spaventati e alla ricerca di alibi. Il più ricorrente è : “devo lavorare, il mio lavoro mi porta altrove, fuori, lontano, …”. Alibi che scricchiola, almeno da quando in famiglia lavorano anche le donne, che invece dei figli continuano ad occuparsene, spesso senza nessun alibi. Padri che han capito perfettamente quanto sia duro crescere i propri figli, occuparsi di loro, svegliarsi la notte ed esserci sempre e comunque. Padri che han capito quanto sia stato duro, per migliaia di anni, far la madre. Padri che ci son solo a volte e che mano a mano che i figli crescono si accorgono dello spazio perso. Spazio che non si recupera. In alcuni casi si può recuperare la relazione, ma la fatica raddoppia ovviamente e non tutti i padri son disposti a farla.

Ho visto padri fragili, inadeguati, inopportuni. Soprattutto mentre lavoravo, ma anche nei parchi. Padri violenti, offensivi, umilianti. Padri che a volte ho provato a fermare, ad aiutare, padri che non mi piacevano affatto. Padri che non si accorgono del dolore, della sofferenza, celata nelle azioni dei loro figli. Padri che banalizzano l’effetto della svalutazione e delle umiliazioni, che abusano del loro potere e della forza. Padri che ho imparato con tanta fatica a non giudicare, perché non sono un giudice, faccio altro.

Ho scritto una tesi sui padri che scrivono di educazione attraverso i loro blog. Quelli che provano, invece, a cercare un ruolo nel mondo educativo, un mondo dominato soprattutto dalle donne. Ho visto tanti padri interrogarsi, fermarsi per provare a capire meglio cosa può essere un padre. Padri che han deciso di attraversare gli spazi di confronto individuali e di gruppo che ho provato a costruire negli ultimi anni.

Ho visto padri presenti, padri che se avessero avuto la possibilità di prendere il congedo di maternità al posto delle madri lo avrebbero fatto. Padri che han strutturato le loro giornate per ritagliarsi del tempo con e per i loro figli. Padri che han deciso di rinunciare anche alla loro carriera, senza che ciò si portasse dietro il senso di sconfitta. Padri che han contrastato quel senso comune che ti vuole “ portatore sano di stipendio” e che delega alle madri il resto. Padri che prendendosi cura dei loro figli han smesso di banalizzare il ruolo delle madri

Ho visto padri rassicurare le madri, chiedere spazio, rivendicare competenze e autonomia. Perché alcune madri non mollano, ti stanno addosso. Ti pressano perché non si fidano ed è comprensibile anche il perché. Culturalmente non ci siamo abituati. Siamo la prima generazione di padri, che ha imparato a cambiare un pannolino, che va a scuola a parlare con le maestre, che porta i figli dal pediatra. Siamo la prima generazione di padri che rivendica spazio, dove spazio per i maschi non c’è ne mai stato. Pochi educatori, pochi maestri, pochissimi educatori nelle servizi educativi per i bimbi piccoli, qualche docente nelle scuole superiori. Dal mondo dell’educazione siamo sempre stati fuori e quindi ora ritagliarsi lo spazio è un lavoro da fare. Una lavoro culturale.

Ho visto padri provarci, goffamente, ma senza vergognarsi. Padri portare le figlie all’asilo con due calze differenti (io).  Padri tenuti in disparte nei colloqui con le maestre, perché se c’è la madre si presume che lei ne sappia di più. Padri che stanno cambiando anche lo sguardo delle educatrici dei nidi, obbligandole a parlare anche un’altra lingua, costringendole a fare i conti con questo nuovo modo di guardare i figli. Padri che stanno portando alla luce le loro priorità, con fatica. Padri che per imparare ad occuparsi dell’educazione dei figli han dovuto pescare da modelli materni. Padri che han rischiato anche di scimmiottare goffamente il modello di cura delle madri.

Ho visto padri che sbagliano, ma che si fermano a domandarsi. Padri che parlano di eredità, del potere del ruolo, del rispetto del corpo e del rapporto con l’educazione materna. Padri curiosi, in viaggio, alla ricerca di una modalità propria, individuale e di gruppo. Padri che piangono alla fine delle scuola, padri che si emozionano per un successo o che stanno solo lì di fianco ai figli ad ascoltarli. Padri che ci sono, sia nella quantità che nella qualità. Perché la storiella della qualità senza quantità è un bel trucchetto per trovare un nuovo alibi per stare meno con i figli.

Ho incontrato padri che stanno segnando una strada da cui credo non si possa tornare indietro. Pochi padri oggi, un pelo di più domani, forse mai la maggioranza. Padri che stanno cambiando il mondo dell’educazione e i rapporti familiari stessi, perché occuparsi in due dei figli è la grande sfida che padri e madri hanno davanti.

Ho visto padri che non assomigliano alle madri. Padri che son padri e quando li guardi ti accorgi che è una bella fortuna averli incontrati.

Ho visto padri anche a casa, mio padre, mio nonno ed io. Tre padri differenti, figli di generazioni diverse. Padri che nascono quando iniziano ad educare i propri figli, proprio come successo a me.

Christian S.

Se siete arrivati fino a questo punto e siete padri, compilate il questionario che trovate qui. E’ un’indagine importante per dar voce ai padri.

Ringrazio Riccardo per il disegno. Soprattutto per la versione neroazzzurra.

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Esistono vere differenze tra una mamma e un papà?

FotoDi Daniele

In una puntata di “Che tempo che fa” durante l’intervista a Francesco Vecchioni sull’essere padre. Vecchioni afferma di “essere un maschio-madre” (“… non riesco ad essere autoritario, a farmi credere…”), lo stesso Fabio Fazio ammette candidamente di trovarsi anche lui in quella categoria. E giù applausi e sorrisi.

A pensarci bene questa accezione, che probabilmente vuole contrapporsi al concetto di maschio-alfa, non fa che svalutare la figura della mamma, portatrice esclusivamente di quelli che potrei chiamare “valori deboli”.   

Al di là di queste categorizzazioni, che sminuiscono sia i papà che le mamme, mi chiedo se ci sia realmente qualche diversità che derivi dal genere, essere un uomo, e quindi un padre, ed essere una donna, e quindi madre. O se, in realtà le differenze attuali non siano esclusivamente attribuibili al contesto sociale nel quale abbiamo vissuto fino ad adesso. E’ possibile pensare ad un genitore solo come ad un individuo che si rapporta con i propri figli sulla base delle proprie caratteristiche?

Secondo me, sì.

Pur essendo cresciuto nel pieno periodo delle famiglie tradizionali, se ripenso ai miei amici, ricordo tanti diversi padri: meno severi delle madri, i più autoritari della famiglia, sempre scherzosi, praticamente sempre fuori casa tra lavoro e hobby, coinvolti nelle attività dei figli scolastiche o sportive. Si trattava, però, di una dimensione familiare, alla quale si accedeva solo con la frequentazione, che non intaccava la visione che si dava all’esterno.

I tempi dovrebbe essere maturi per iniziare ad accettare il fatto che un genitore, madre o padre che sia, porti all’interno della famiglia le proprie specificità e che, nell’accordo della coppia, si creino dei rapporti che valorizzino le proprie inclinazioni. Una madre potrà, se vuole, essere più coinvolta dal lavoro rispetto ad un padre che si dedicherà di più alla cura dei figli. Oppure, madre e padre potranno dividersi equamente i compiti di cura della famiglia ed i figli non percepiranno differenze tra i due se non quelle strettamente personali.     

Paradossalmente solo l’uguaglianza, di genere, consentirà di sviluppare la propria diversità, di persona.

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Esperienze

Lorenzo_bn_grandeDi Lorenzo Gasparrini.

Nell’ISEE questo non ci sta.

Tra le cose che avevo pensato di volere assolutamente, per i miei figli o figlie se e quando ne avrei avuti, c’era un fratello o una sorella. Sono stato sempre deciso ad avere più di un figlio. Non volevo assolutamente far ripetere a nessuno ciò che di brutto mi ha lasciato l’essere figlio unico, e che secondo me non è stato bilanciato da vantaggi sufficienti.

Di per sé questa era però un’idea molto sciocca: prima di tutto i figli si fanno in due, e comunque non lo, la o li avrei fatti io – c’era da sapere bene cosa ne avrebbe pensato la mia compagna. Poi, perché non volere per loro delle esperienze secondo me negative per provarne forse di peggiori? Cosa ne so io di quello che accadrà?

Qualche sera fa, a cena, cercavamo di spiegare a Ivan, undici anni, cosa fare con un compagno di scuola che pare provi un gran gusto a dirgli continuamente di stare zitto, e che lo tormenta spesso con prese in giro o richieste insensate. I miei erano i soliti consigli che si danno in questi casi – mostrare indifferenza, chiedere l’intervento dei docenti, provare a spiegarsi – quando è intervenuto il fratello Andrea, otto anni.

“Ivan, ti ricordi di quel mio compagno che lo scorso anno mi ha fatto un occhio nero senza che gli avessi fatto niente io? Ecco, sai cosa ho fatto io? L’ho ignorato, come se non esistesse proprio. Non ci parlo, non lo sento, niente. La maestra mi chiedeva ‘Hai visto Valerio?’ e io rispondevo ‘Valerio chi?’.”

E’ presto per sapere se questa misura è stata applicata ed è risultata efficace nella vita di Ivan, ma certo tra loro due fratelli il passaggio dell’esperienza ha funzionato in un modo a me sconosciuto e precluso, che potevo vagamente immaginare ma non comprendere né volere. Quando penso alle difficoltà economiche e di organizzazione della nostra vita familiare dovute all’avere due figli anziché uno – e non oso immaginare chi ne ha tre o di più – adesso so che ho dato loro qualcosa che val bene qualche oggetto e qualche possibilità in meno, qualcosa che nell’ISEE non sarà mai conteggiato. Qualcosa che io non ho mai avuto e che ho avuto la fortunata idea di provare a dare loro.

Non è importante o necessario né fare figli, né farne più di uno, se li si vuole. Conta solo, una volta deciso, che le proprie esperienze non siano mai un limite o un modello irraggiungibile per nessuno di loro. Le proprie esperienze, credo, quando si diventa padre devono essere ridiscusse e rinegoziate con un altro essere; oppure quest’ultimo se le vedrà cadere dall’alto inevitabili come la pioggia, e non saranno più esperienze ma confini, limiti, barriere o traguardi impossibili. Soprattutto se e quando riguardano qualcosa di cui tu, padre, potresti non sapere niente.

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padri che parlano di madri

Se fossi Madre

Di Mr Red (In risposta all’articolo di Valentina Re, che potete leggere qui)

mr redSe fossi madre la smetterei di preoccuparmi di come i padri mandano vestite le figlie a scuola, tanto fino a 12 anni non se le caga nessuno. Idem vale per le pettinature. Le cose importanti di un coda sono due: che tenga e che si riesca a togliere la sera. Il resto è roba inutile. Almeno fino alla preadolescenza.

Se  fossi madre eviterei di dare indicazioni su cosa può mangiare il pargolo prima di uscire con le amiche. La puntualizzazione ha due effetti; ricorda che sta uscendo alla figlia (che poi si mette a piangere e rompe le palle per due ore) e non tiene conto che il padre vive in quella casa e che mediamente guarda (anche se spesso contro voglia) cosa mangia la piccola erede. In verità sa soprattutto cosa non mangia, vista la simpatica usanza di sputare il cibo in faccia a mezza famiglia, muri compresi.

Se fossi madre eviterei quelle indicazioni al parco tipo: “Corri senza sudare, non ti spettinare, non cadere” e roba del genere. Di solito al parco i bambini cadono, sudano e si sporcano. Le lavatrici le hanno inventate proprio per liberare i figli dal dover tornare a casa composti.

Se fossi madre eviterei i ricordare al padre, ogni volta, quanto ha fatto fatica per farlo uscire. Tanto il padre non lo può capire ed è mediamente molto felice di non essere stato al posto della madre. Soprattutto se ha assistito al parto.

Se fossi donna e se fossi incinta, farei firmare tutti i parenti una promessa che recita: “ in caso di parto io giuro di far fare a Miss.Red l’epidurale, non importa cosa succede, non importa dove saremo, non importa cosa diranno i medici, ma io lo giuro.”

Se fossi madre, ai colloqui con le maestre, ogni tanto lascerei qualche pezzo di racconto e qualche domanda anche al padre. Giusto per non dare l’impressione di esserselo portato dietro solo per farsi proteggere in caso di rissa.

Se fossi madre, proverei, a mettere in contro che alcuni padri (non tutti) se gli metti un pannolino in mano son pure capaci di metterlo dritto, senza indicazioni. Magari usando il metodo empirico, quello per prove ed errori. Che poi, se anche si dovessero accorgere che che glielo hai messo sbagliato, non hanno mica una reputazione da difendere. Almeno nei primi anni di vita.

Se  fossi madre eviterei di riempire la propria pagina facebook di foto felici con la figlia che poi lo sanno tutti che appena finisce lo scatto e la bambina ti tira la sabbia la insulti che manco fosse una rissa tra ultras del Liverpool.

Se fossi madre la smetterei di contare i mesi del figlio anche a 10 anni, tipo: “tanti auguri amore per i tuoi 120 mesi”. I mesi servono per contare fino al primo anno, dopo si passa agli anni.

Se fossi madre eviterei di guardare il padre con fare sospetto ogni volta che scopre qualche difetto della figlia. Non per essere preciso, ma se i difetti sono ereditari l’unica cosa certa è la madre, il padre potrebbe anche non essere quello.

Se fossi madre mi cercherei un padre proprio come Mr.Red.

ps: Comunque sia, come dico spesso a mia figlia: “…se rinasco, rinasco madre. Ma dopo il parto”

Mr. Red.

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madri che guardano i padri

Se fossi un papà

IMG-20160429-WA0002di Valentina Re.

Me lo sono sempre chiesta, come mi sentirei, come sarei, se fossi un papà?

Sarei alta, così da mettere la mia bambina sulle spalle per farle toccare il cielo.

Sarei forte, così da riuscire a sollevare quelle pesantissime ceste stracolme di giochi come fossero borsette da passeggio.

Sarei tifoso di qualcosa, così da comprare magliette a righe colorate con nome di figlia e numero del giocatore preferito da farle indossare alle partite più importanti.

Sarei appassionato di film d’azione e saprei a memoria “ragazzo di campagna”.

Sarei completamente estraneo alle tendenze di moda e vestirei la prole con maglia rossa, pantaloni viola e scarpe verdi, e sarei orgoglioso del mio meraviglioso abbigliamento.

Sarei a conoscenza del significato di parole come “cilindrata” o “730” o “fuorigioco”.

Sarei un po incosciente, farei saltare in aria Ginevra con doppio salto carpiato certo che le mie braccia forti la salveranno dallo schianto.

Sarei coraggioso, catturerei ragni, cimici, api, serpenti e coccodrilli (metti che si vivessi nella Jungla).

Sarei in possesso di un quadernino in cui annotare le spese mensili e non cederei mai all’inutilità dello shopping non strettamente necessario.

Sarei capace di aggiustare un rubinetto, un antina, il computer, la caldaia e la lavatrice, saprei persino imbiancare.

Sarei in grado di addormentarmi ovunque, in 3 secondi, sdraiato, seduto, appoggiato al muro.

Sarei il re della brace e della carbonella e sarei insaziabile di arrosticini, bistecche, hamburger e costine.

Se fossi un papà, vorrei essere così, così diverso da me, così capace di tutto ciò che non so fare, così ricco di altre passioni che non ho, così pieno di domande differenti dalle mie, così disinteressato da tutto ciò che mi interessa, così leggero dove mi sento più profonda e così pieno dove mi sento più vuota.

Se fossi un papà avrei altri pensieri, altre preoccupazioni, altre priorità, avrei un differente modo di affrontare le difficoltà, avrei delle reazioni sconosciute, avrei dei limiti altri da quelli che mi trascino da sempre.

Se fossi un papà avrei delle responsabilità che oggi non so neanche che esistono, se fossi papà sarei stata un figlio maschio con una figura paterna da guardare e da vivere in modo diverso, e una mamma che mi avrebbe viziato un po’ di più.

Se fossi un papà, di certo, mi chiederei come sarebbe essere mamma.

Ma questo lo so; è difficile, è bellissimo, è gratificante, è frustrante, è impegnativo, è stancante, è divertente, è importante.

È fare, è essere, è donare, dare, regalare, prendere, possedere, insegnare e imparare.

È coccolare, rimproverare, guidare, farsi portare, sperimentare e condurre.

È osservare e osservarsi, e’ perdersi e ritrovarsi. È avere paura è non sentirsi all’altezza o abbastanza.

È una sfida. È l’ultima di campionato. È la prima puntata di una nuova stagione della tua serie TV preferita.

E se lo è per scelta, se si sceglie di essere padre o madre, la sfida è la stessa, variabile nelle modalità di gestione, per strumenti e per stile.

E diciamocelo pure, padri, in quanto a stile, noi mamme vi doppiamo alla grande.

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padri in educazione

Storie di padri, samurai e galere.

12884334_10207544995456140_1939055083_nDi Davide Locastro

In questi giorni due storie, da padre, mi hanno colpito. La prima è quella del papà giapponese che lascia il figlio solo nel bosco, per punizione, affinché impari, nella tradizione degli antichi samurai, ad assumersi le proprie responsabilità e a cavarsela da solo. Peccato che il bambino si sia perso nel bosco e sia stato ritrovato, per fortuna ancora vivo, solo qualche giorno dopo. La seconda è quella del padre americano di un ragazzo condannato per stupro a 6 mesi di carcere, che esprime la sua perplessità per una pena così pesante a fronte di un “errore” durato, al massimo, una ventina di minuti. Quindi se ne potrebbe dedurre che uno stupratore che soffra di eiaculazione precoce si meriti solo una mezza giornata in cella.

Le storie di queste paternità, di queste responsabilità educative giocate in maniera così diversa, mi interrogano molto.

A prescindere dal loro essere estreme, queste storie parlano di due derive molto più comuni di quanto si creda.

Da un lato c’è un padre convinto che il figlio “si debba fare da sé”; a lui spetta il compito di dettare le regole, tracciare in maniera netta e inequivocabile la via. Il resto è compito del giovane samurai, che, grazie alla disciplina, troverà la forza per affrontare il mondo. Certo, ci si sarebbe aspettato che il padre riuscisse a tenere meglio la posizione e a non sbracare in un pianto a dirotto chiedendo scusa ad una nazione intera in diretta tv. Ma il limite di questa posizione è proprio questo: l’autorità assoluta richiede un pari distacco, una distanza altrettanto assoluta. Se il bambino fosse morto nel bosco, significa che non era destinato ad essere un samurai e il padre, coerente con se stesso e la sua pedagogia dell’assoluto, avrebbe dovuto pacatamente accettarne il peso.

Dall’altro lato c’è il padre pronto a giustificare e difendere l’indifendibile, nel nome di un amore cieco. Una pedagogia della non responsabilità, un amore che si vorrebbe superiore alla legge e a qualsiasi altro amore.

Ciò che manca ad entrambe le storie (e ad entrambi i padri) è proprio una connessione che leghi la loro scelta pedagogica, il loro ruolo genitoriale ed educativo, ad una relazione da presidiare, da governare. Ci si affida ad una legge (disciplina o amore poco importa) e ad essa si affida l’educazione del proprio figlio, in un delirio di onnipotenza in entrambi i casi.

Manca la fatica di stare nel bosco insieme a quel figlio, per esplorare, insieme, cosa voglia mai dire assumersi le proprie responsabilità (di figlio, ma anche di genitore). Manca la fatica di chiedere conto dell’amore rubato, violento, la fatica di capire insieme cosa sia mai l’amore. Che differenza ci sia fra l’amore sordo che violenta incurante dell’amore dell’altro e l’amore cieco che protegge incurante di tutto e di tutti.

Un mestiere difficile quello del padre; ma forse anche storie assurde e paradossali come queste ci aiutano, servono a farci da campanello d’allarme, per domandarci in quali boschi o in quali galere rischiamo di perderci.

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padri in educazione

I genitori di oggi sono i “nuovi proletari”?

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Di Daniele

Non si può non notare come in questi anni ci sia una grande attenzione nei confronti del ruolo dei genitori. Libri, pubblicazioni, trasmissioni televisive, fiction a puntate. Tutto dedicato al tema di come crescere i figli. I tagli utilizzati sono diversi, partendo dagli ironici, per chi non si prende troppo sul serio, arrivando agli istruttivi, con una tata che ti dice come devi fare, passando per i consolatori perché in fondo “come fai, sbagli”. In realtà non siamo poi noi, in qualità di genitori, i veri protagonisti. Lo siamo solo indirettamente, attraverso i nostri figli, al centro di tutto ci sono loro. Chissà perché, poi, tutto questo interesse su come crescere i figli. Chissà da cosa deriva tutta questa attenzione nei loro confronti e nel metodo migliore per crescerli.

Propongo una mia interpretazione, forse azzardata.
Nel mondo di oggi non ci sono più le grandi ideologie dei nostri padri che facevano pensare, e sperare loro, di poter cambiare il mondo. Abbiamo visto ridurre drasticamente il nostro raggio di azione e di influenza.
Adesso che il mondo ci appare così complesso, e abbiamo evidenza quasi quotidiana della nostra impossibilità di cambiarlo, forse l’unico potere che ci è rimasto è quello ristretto a ciò che ci circonda, alla nostra famiglia ed ai nostri figli. Forse, inconsciamente, pensiamo che, se non siamo in grado di migliorare il mondo per tutti, almeno dobbiamo cercare di farlo per chi ci sta accanto, per chi conosciamo direttamente e amiamo. Andando a guardare a fondo, poi, neanche la coppia e la famiglia sono più un elemento stabile nella nostra vita. Alla fine, l’unico legame che appare sicuro e certo nel tempo è quello con i figli. Più o meno consapevolmente, realizziamo che la nostra vera ricchezza sono i nostri figli. Siamo i “nuovi proletari”? Ovviamente non dal punto di vista economico. Nel senso che i nostri figli sono la sola risorsa sulla quale valga la pena investire, il nostro tempo e le nostre risorse, in quanto con i nostri sforzi possiamo ragionevolmente pensare di ottenere risultati concreti e tangibili. Inoltre, i nostri figli rappresentano l’unico possibile prolungamento dell’individualismo imperante che ci circonda, in fondo sono un po’ noi stessi. 

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madri che guardano i padri

Da mamma e figlia a te, papà.

IMG-20160429-WA0002Di Valentina Re

Mamma di Ginevra. Da due anni e 9 mesi, dal giorno delle due righe invece che una, dalla prima nausea,  dalla prima sensazione rivelatrice.

Papà di Ginevra. Da due anni e basta.

Facile per noi, abbiamo 9 mesi per prepararci, se escludiamo gli ormoni che ci fanno impazzire, siamo privilegiate. Noi lo sentiamo, noi lo portiamo a spasso, noi lo nutriamo, noi lo custodiamo, noi gli facciamo spazio, noi lo facciamo. Un papà no, se lo ritrova, in braccio, sporco e urlante, lo guarda e lo deve amare, subito, immediatamente, quell’esserino scalpitante che è già figlio.

Mica semplice.

Infilarsi in una relazione che per 40 settimane è stata simbiotica, presentarsi a quegli occhi che non ti sanno ancora guardare, essere all’altezza delle aspettative di una mamma che pretenderà e non si accontenterà.

Ricostruirsi, reinventarsi, senza invadere, senza tirarsi indietro.

Non lo so se ce la farei ad essere padre, se riuscirei a reggere il confronto con una madre che è sempre un pò più protagonista, se accetterei di non essere indispensabile.

“Lo dico a tuo padre!” E già sotto intende che quel padre deve essere pronto ad avere la soluzione in tasca, autorevole ma non autoritario, fermo ma non severo, deciso e sicuro quanto basta.

E poi devi essere sul pezzo. Pronto ad essere svegliato alle tre del mattino per correre in farmacia a comperare la tachipirina, pronto a montare e smontare passeggini, seggiolino d’auto e fasciatoio. Pronto a dividere il letto, pronto ad ascoltare durante i viaggi le canzoni per bambini, pronto a farsi pettinare e pronto per sentirti dire “voglio la mamma”.

Insomma, una lotta continua, una scalinata in salita, e ad ogni gradino  una scommessa, una domanda: “sono un padre degno di essere chiamato “papà”?”

Da mamma, io rispondo che è padre chi ci prova, con i suoi strumenti, con i suoi esempi, con i suoi ricordi di figlio. È padre chi cerca un riscatto, un identità, un modo per non commettere gli stessi errori che un altro padre ha commesso. È padre chi impara a commetterne di nuovi. È un padre chi ama, chi impara ad amare e forse, anche chi sa aspettare.

Mamma di Ginevra da due anni e nove mesi, figlia da 31 anni, di un padre che goffamente provava a giocare con le barbie, che la domenica pomeriggio provava, invano, a farmi comprendere la matematica, che se guardavo “beverly hills 90210” andava da mamma a chiederle se non era presto per farmi vedere certe cose, che, nonostante sia interista nel sangue mi permetteva di avere in cameretta i poster di Shevchenko e Nesta, che in prima superiore, quando sono stata bocciata, non mi ha parlato per giorni, ma che alla fine, mi ha accompagnato al concerto dei Backstreetboys, che mi veniva a prendere all’una di notte fuori dalle discoteche, che mi ha fatta piangere, che mi chiamava 2/3 volte al giorno quando ero in vacanza col fidanzato (lo fa ancora adesso, con la scusa della nipotina..), che mi ha fatto aspettare un anno per concedermi il piercing al naso, che tutt’ ora, se sono le 20 si cena e dobbiamo essere tutti seduti a tavola. Figlia di un padre che una mattina mi ha detto “ti accompagno a scuola” e invece mi ha portato a Firenze sorbendosi una lunga mattinata agli Uffizi.

Figlia di un padre che nessuno come lui mi faceva più arrabbiare, figlia di un padre, che ancora oggi, che ho 31 anni suonati, mi chiede di  dargli un bacino, figlia di un padre che è un nonno innamorato e che dice a Ginevra: “ma lo sai che la tua mamma è la mia bambina?”.

Cari papà, quando non sapete che fare, pensate che per una figlia, a volte, l’amore basta.

 

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padri in educazione

Padri di figlie femmine

padri

Di Mr Red.

Essere padre di figlie femmine non è affatto facile. Inizi subito a fare i conti con quello strano sentimento protettivo, orientato verso il genere maschile. Inizi a guardare i maschi di tutte le età con sospetto, quasi come se vedessi in loro dei potenziali Hannibal Lecter, anche se hanno appena 3-4 anni. Provi per anni a studiare strategie per evitare ciò che invece sarà invitabile. Le tue figlie incontranno i maschi. Non è detto che ci si fidanzeranno, ma li incontraranno, perchè loro esistono.

Non importa, quindi, se hai studiato o no, se sei grosso o esile, femminista o no, conterà solo quanto sarai in grado di rimanere calmo, quando, al rientro a casa troverai la tua bambina “limonata” da un brufoloso adolescente che ti darà del tu salutandoti con un bel: “ciao papi”.

Essere padre di figlie femmine sarà difficile soprattutto quando al colloquio con le maestre dall’asilo ti sentirai utile come il due di bastoni a briscola. Quando per intenderci ti sentirai un simpatico oggetto d’arredo mentre le maestre, rivolgendosi solo a tua moglie, ripercorreranno la vita di tua figlia come se tu fossi stato in prigione per tutti gli anni di vita della bambina.

Essere padre di figlie femmine non sarà un viaggio per nulla facile nemmeno in casa, pagherai carissima la tua presenza nei social, dove sarai zimbellato dalle madri per come mandi vestita a scuola tua figlia, per i codini che hai fatto, per quella volta che aveva due calze differenti o solo perché le mancavano le mutande. Che poi senza mutande non è mai morto nessuno, no?

Essere padre di figlie femmine sarà durissima la mattina, quando proverai a pettinarle mentre corrono per casa e sarà doppiamente umiliante quando con la loro proverbiale faccia di tolla ti diranno : “mamma quando mi pettina non mi tira i capelli “ (che poi tu lo sai benissimo che non è vero e allora ti girano le balle stile centrifuga della lavatrice)

Essere padre di figlie femmine ti verrà particolarmente complesso quando inizieranno quei momenti di pianto isterico dovuti alla fine dei primi rapporti di coppia in cui dovrai fare finta di essere triste, pur essendo felice più del 22 maggio 2010 (anno della vittoria dell’ultima coppa campioni dell’Inter). Quei momenti in cui fuori sembrerai sull’orlo del pianto ma dentro il tuo cuore urlerà di gioia visto che ti sarai appena liberato, finalmente, di quel ragazzone odioso che oltre che “limonarti “ la bambina (e due) ti occupava il divano quasi tutto il giorno, ridendo davanti ai film di Massimo Boldi manco avesse visto Charlie Chaplin.

Essere padri di figlie femmine, una volta era una vantaggio per almeno un paio di cose. Non esistevano le femmine bulle e soprattutto le ragazze si drogavano, facevano rissa e bevevano con moderazione o molto raramente. Oggi essere padri di figlie femmine non ti esenta manco da questo. Ci son ragazzine che pestano peggio di Tyson, fumano che sembrano Bob Marley e bevono come i vecchi delle osterie del Lodigiano.

Essere padri di figlie femmine metterà alla prova i tuoi nervi in modo costante, soprattutto quando tuo padre, al telefono, venuto a sapere che tua moglie è uscita con le amiche ti dirà: “fai il baby sitter?”. A nulla servirà provare a spiegare che oggi, i padri si occupano anche dei figli e anche delle figlie femmine. Lui ribadirà il concetto, senza che la tua spiegazione abbia sortito nessun effetto. Farà così non perché non ha capito, ma per prenderti per il culo.

Essere padri (anche dei figli maschi immagino) è anche e soprattutto un viaggio fantastico. Un viaggio che senti il dovere di raccontare a quei padri che, per diversi motivi, han deciso di non fare i padri. Quei padri che torneranno dopo anni perché hanno scoperto che forse non era la scelta giusta, perché han sentito il rimorso o il senso di colpa di essere saltati giù dalla barca. Quei padri che han perso una delle occasioni di felicità più belle che la vita ti possa regalare.

Essere padri di figlie femmine ti consegna inoltre una responsabilità ulteriore, perché anche da te dipenderà il rapporto che le tue figlie avranno con il mondo maschile. Dipende anche da te come affronteranno “le cose dei maschi” e soprattutto la modalità con cui faranno i conti con gli stereotipi sulle donne che incontreranno, derivanti da una parte, quello sguardo maschile (che anche tu hai contribuito a costruire) e dall’altra dalla società che di preconcetti sulle donne ne ha un bel po’.

Essere padre di figlie femmine, per chi voleva le femmine, è una gran botta di fortuna, perché i figli non si scelgono, ti capita quel che ti capita.  A me son capitate due femmine, son stato più fortunato di voi, fatevene una ragione. Essere padre di alcune figlie femmine ti fa sembrare l’orso del cartone “ Mascia e l’Orso”. La verità è che se non fosse per la tua immagine pubblica, che ne risente, non ti dispiacerebbe nemmeno tanto.

Essere padre di figlie femmine ti concede l’opportunità di fare i conti con gli stereotipi sulle donne che hai in testa, come dimostra ampiamente il mio post. Se poi deciderai di cogliere l’occasione o meno, la scelta, ovviamente, sarà solo tua.mr red

Ps: Buon Compleanno figlia mia, che la vita ti sorrida a 32 denti.

Nota a margine. Che poi chi l’ha detto che non sia tu a “limonare” gli altri o che tu debba per forza fidanzarti con un maschio?

 

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padri in educazione

Genitori che non vogliono invecchiare e figli che non vogliono crescere

FotoDi Daniele.

In qualche momento non precisato di anni fa, o in un periodo più o meno lento, sembra che si sia rotto il tradizionale meccanismo del passaggio generazionale tra genitori e figli. I genitori dei trentenni e quarantenni di oggi faticano, quasi fanno resistenza, a lasciare il testimone ai loro figli ormai adulti.

Ripensando ai miei nonni, o a quelli dei miei amici, mi pare che attribuissero un maggiore riconoscimento di autorevolezza ai nostri genitori in quanto persone adulte. I nonni di prima non avevano particolari problemi nel sentirsi vecchi. Adesso non si può dire neanche che sono anziani, anche se anagraficamente parlando è così. Forse perché avevano conosciuto la guerra per averla vissuta sulla loro pelle, direttamente o indirettamente, la fame, la povertà, la precarietà di un’epoca passata. Accettavano il ciclo della vita come elemento naturale di un percorso che ci vede nascere, crescere ed invecchiare. I loro figli, invece, si comportarsi in modo diverso. Sembrano non accettare di invecchiare. Una cosa positiva come volere rimanere protagonisti diventa negativa nel momento in cui questo significa voler rimanere protagonisti non solo della propria ma anche della vita dei loro figli ormai adulti. I nonni di oggi sono i figli del boom economico, probabilmente sono gli ultimi ad aver avuto vantaggi quali un lavoro con garanzie precise, una stabilità economica e una pensione certa.

E’ chiaro, però, che dipende molto anche dai trentenni/quarantenni di oggi che non vogliono farsi riconoscere pienamente come adulti, nel senso di assunzione di responsabilità, e preferiscono nascondersi tra le comodità che offrono i genitori. I figli di oggi si sentono molto più insicuri rispetto al passato, con lavori precari ed una vita familiare e lavorativa molto complessa da gestire. Alla fine è conveniente per entrambi restare ognuno nel suo ruolo iniziale. Probabilmente è un incontro di immaturità e di egoismi tra genitori che non vogliono invecchiare e figli che non vogliono crescere.

Così capita di vedere nonni che letteralmente crescono i nipoti, sostituendosi di fatto ai veri genitori, entrando nelle dinamiche familiare dei figli. Sempre più spesso si celebrano i nonni, si ringraziano perché ci sono. Non che prima ci fosse meno affetto nei confronti dei nonni. E’ che oggi, diciamo la verità, ne abbiamo più bisogno. Non ci sono più, se non veramente in minoranza, le mamme casalinghe che si dedicano interamente ai figli. I nonni suppliscono alla mancanza dei servizi per l’infanzia, come i nidi, o al costo abbastanza elevato. Tutto il successo di questi anni dei nonni, questa esagerazione della loro presenza nelle famiglie dei figli, deriva principalmente dal fatto che non hanno un costo economico. Anzi, molto spesso integrano il reddito dei figli/genitori. Quando i rapporti si basano sul bisogno, si creano inevitabilmente delle distorsioni nelle relazioni tra i soggetti coinvolti e ne derivano rapporti non equilibrati.

E’ necessario che i genitori di oggi facciano un passo avanti, anche se questo potrebbe tradursi in uno strappo, per entrare definitivamente in un ruolo che spetta loro senza aspettare che qualcun altro lo conceda.

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padri in educazione

La paura e le paure

Lorenzo_bn_grandeDi Lorenzo Gasparrini

In questi giorni nei quali si avverte una diffusa paura dei luoghi pubblici, dello stare insieme, dei mezzi di trasporto, dei luoghi affollati, dei grandi eventi, ho una paura molto più grande di qualunque attentato terroristico.

Le paure sono tante: il buio, l’autorità, il dolore, l’abbandono; e possono venire da tante persone: genitori, amici, insegnanti, coetanei, sconosciuti. A volte noi sappiamo di aver costruito sistemi di certezze ipocrite per non affrontarle, che però svaniscono di fronte a sciagure, disgrazie, omicidi, stragi – altre paure che si aggiungono a quelle. Paure pubbliche, condivise, “televisive” e di massa, che si aggiungono a quelle quotidiane, private, locali.

Eppure non nasciamo con le paure. Esse ci vengono insegnate; hanno un valore educativo che è stato usato per noi da altri e che spesso adoperiamo in quanto padri come strumento educativo per ottenere risultati – comportamenti, azioni, consapevolezze, rinunce.

Il rischio è che questo uso strumentale delle paure non venga affatto compreso come tale, ma che le paure siano comprese come una caratteristica del mondo; il rischio è che il mondo venga compreso da un figlio come un luogo pauroso nel quale doversi ritagliare spazi e momenti di sicurezza. È chiaro che in un mondo siffatto nessuno vorrebbe viverci. Qualcuno nato da noi potrebbe chiederci perché abbiamo deciso di mettercelo, in un mondo del genere. Io di questo ho molta più paura di una bomba nella metropolitana.

Il lavoro comune – di me e mio figlio, di me e della mia compagna – dovrebbe essere allora quello di ribaltare questa immagine, parziale e probabilmente usata per la sua efficacia, non per la sua verità. Dovremmo insegnare che il mondo è perlopiù colmo di cose bellissime, coinvolgenti, piacevoli e luminose; che il mondo non fa paura ma che noi ogni tanto abbiamo paura, e che la paura può essere poco piacevole ma ha la sua utilità.

La differenza non è quella tra due modi verbali, ma tra due mondi:  uno non è molto sensato da vivere, l’altro – quello bellissimo nel quale ogni tanto ricordarsi anche delle cose meno piacevoli – vale la pena goderselo in più possibile tutti insieme.

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padri in educazione

Il giorno che sono nato

Di Davide Locastro

12884334_10207544995456140_1939055083_nQuando ho visto nascere mio figlio, in un’orgia di amore, sudore, lacrime, gioia, paura, pelle, sangue, dolore, attesa, occhi che si incrociano quasi fosse l’ultima volta, ho pensato: è così che, spesso, si viene al mondo… è così che, spesso, si muore.

Perché il me che conoscevo è morto in quell’istante.

Quando Ruben ha respirato la vita, io, quell’io che mi accompagnava da 42 anni, è morto in quel respiro. Il noi che avevo costruito, il noi che, nato quasi per caso, era cresciuto, giorno dopo giorno, è morto insieme a me.

In un momento si nasce e si muore.

Ma era necessario morire. E non mi è dispiaciuto. Ero preparato; pronto non direi.

Quella nuova vita ha dato vita anche a me, a noi. Mi ha fatto rinascere.

Da padre ho dovuto reimparare a mangiare, a dormire, a lavarmi, a non cagarmi addosso. Ho dovuto riscoprire le forme e i colori, ho provato nuovamente il piacere di toccare e di mangiare il mondo per comprenderlo. Ho dovuto capire ancora la libertà e la potenza del camminare. Ho ricominciato a piangere e a urlare e poi a parlare. Ho riscoperto le dimensioni dello spazio e del tempo. Ho rincominciato a giocare.

E ho riscoperto l’amore. Avevo amato, certamente, ma di lei amo ciò che è.

Lui lo amo perché è.

E questo amore è diverso da tutti gli altri. Perché è l’amore che protegge, che sostiene, che trattiene e lascia andare, che educa, che insegna e impara.

In fondo la responsabilità educativa è un atto d’amore. Un amore vitale, perché è nel vivere, nel fare esperienza che si genera; un amore che conosce anche la morte, la propria fine, perché lavora per quando non sarà più.

Sono Davide, sono padre.

Sono venuto al mondo lo stesso giorno di mio figlio.

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padri in educazione

Padre e figlio

massimoDi Massimo Vicedomini

SI PUO’ IMPARARE DAL PROPRIO FIGLIO?

Si può rompere il tabù dei mille secoli, delle tradizioni ancestrali, della trasmissione del sangue? Io imparo da mio figlio, senza smettere o rinunciare ad essergli padre. Ho imparato o forse ricordato da lui quanto potente può essere la vita, che ci appare così fragile quando ci spezza nei legami più cari. Mi ricorda ogni giorno lungo la filontogenesi, quanto sforzo e quale energia ci sia voluta per trascinarci da amebe sulle rive di spiagge ormai scomparse, per respirare aria poco ossigenata, cercare le tane sottoterra o sugli alberi, correre nelle savane inseguiti dalla paura del buio delle notti senza fine, per arrivare fino a noi, fino a te, che mi insegni ancora la forza e la meraviglia di crescere, nonostante tutto. Ho imparato sulla mia pelle, da te, piccolo mio, quel’ “Essere nel mondo” che non ho mai capito leggendo Heidegger. Capire la diversità, non tollerarla: essere diversi. Ad accettarmi per quel che sono, perché se tu lo fai io non posso essere da meno. Ad essere migliore, o a tentare di esserlo, perché se tu cambi io non posso essere da meno. Ho imparato da te, da voi bambini miei, una forma del legame, dell’amore che non conoscevo, indifferente alle diagnosi, siringhe, genomi, medici ed ospedali. Ho capito perché ho voluto dei figli, perché quel’atto di assoluto narcisismo, di pervasivo egocentrismo che ha generato ciò che nel momento in cui si compie sfugge ad ogni controllo, riportandoti alla tua finitezza. Ho imparato quindi cosa vuol dire possedere senza essere proprietario, rispecchiarmi senza pretendere uguaglianza. Mi hai insegnato come resistere( ma ho ancora molta strada davanti!) al dolore, attraversando le difficoltà senza arrendersi (ma quanta fatica,quanta voglia di lasciarsi andare!),perché se non ti arrendi tu io non posso essere da meno. E quando non sarò più, me ne andrò sapendo che una goccia di splendore arderà ancora nei tuoi occhi sul mondo, ed in quella goccia starò ancora insieme a te.

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madri che guardano i padri

Padre, padri, pater …

monicaDi Monica Cristina Massola
E persino Darth Fener, alla fine, si scopre padre. Per fare “un” padre ci vuole una vita. (Se per fare un albero basta un seme, per fare un padre non basta il seme, non basta una notte d’amore, o di sesso, fate voi.) Ci va una vita intera: la vita di un figlio e la propria vita.
Non è la scelta del passeggino, non sono le fantasie ambiziose di quello che si saprà fare o insegnare, non è la “testimonianza” della propria esistenza, non è la genetica, non è il segno di sé (che ci sono ottimi “padri” di figli altrui). E’ quello che accade e si rifinisce agli 0, 7, 18 anni del/la figlio/a e ancora tappa dopo tappa.
Mio padre ha finito di esserci fisicamente vicino quando aveva 58 anni e io 32 anni, ma non ha smesso di essere ciò che è stato, mi ha insegnato, ha lasciato. E comunque fino all’ultimo giorno ha saputo amare.
I padri possono essere padri anche nella famiglia separata e allargata (o nelle famiglie gay o fate voi a che famiglia riuscite a pensare, ma non limitate la fantasia), i padri non sono quelli del mulino bianco o degli spot in tv. Sanno amare anche i figli, propri, altrui. Quantomeno ci provano. Sanno che è difficile, eppure riescono “cialtronescamente” sorridere e dare valore a quanto accade, a quello che inaspettatamente cambia.
Ci sono un sacco di padri, e non parlo di cattivi padri, abbandonici, egocentrici, narcisistici, e vuoti e violenti che del padre hanno saputo che dare il proprio seme, che sono padri per caso, per errore, per paura, per leggerezza, per stupidità. (eh si, questo accade anche alle madri) che ad un certo punto scelgono il valore che ha la vita, iniziano a cercare, sanno di stare nella tana del bianconiglio, sanno che sono lì per cercare di diventare uomini “per davvero”, ovvero persone per davvero, e “restare umani” per davvero. Oppure no. Non lo fanno.
In questa scelta non dipendono dalle madri che hanno scelto (o trovato) per i loro figli, né dal matrimonio, né dalla consuetudine, né dalla forme sociali, né dalle regole, nemmeno dalla sfiga che regolarmente la vita gli e ci mette, a tutti, mette tra i piedi.
Sono padri “se” scelgono di esserlo a 360°. Sono padri “al” mondo. Oppure “hanno” solo figliato. I figli meriterebbero i padri che scelgono di esserlo per una vita, coerenti, umani, fagli, coraggiosi, paurosi, liberi, forti, tristi, profondamente capaci di restare umani. Troppo?
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padri in educazione

Io sono l’eredità

igorDi Igor Salomone

“Ti riconosceresti papà? Forse un po’ sì. Forse è il destino dei padri, prima o poi nella vita, sentirsi così. Anche se la tua vita di padre e di uomo è stata molto breve. Mi sono chiesto come ti vedo io, come sei nella mia memoria di te ormai così lontana.”

Continua su http://igorsalomone.net/2016/03/19/io-sono-leredita/

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padri

Diamo voce ai papà

hay-1230254.jpgPiano C ha lanciato il 28 novembre in collaborazione con maam – maternity as a master la campagna nazionale Diamo voce ai papà, per dare voce a sogni, desideri, aspirazioni, frustrazioni, paure, interrogativi e rivendicazioni dei papà italiani. Della campagna fa parte anche un sondaggio, lanciato in collaborazione con Alley Oop – Il Sole 24 Ore, per comprendere meglio i padri italiani, le loro richieste e i loro desideri. A marzo 2017 sapremo raccontare un pezzo in più di Italia.

Vi chiedo la massima diffusione. Grazie

Christian S.

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