educatori, educatori naturali

La cordata

arrampicata.jpg“Dai Alice, vieni su di li a destra e poi passa la corda”

“Babbo devo riposare un pochino, son troppo stanca!”

“Ma come? Sei cosi giovane te! Va bene, inizio ad andare avanti tanto mi riprendi subito”

“Babbo cominci ad esser vecchiotto, sta attento, più sù la roccia diventa friabile!”

“Tranquilla conosco a memoria questo tratto, non montarti la testa, sono sempre io il capo cordata”

La cordata. Il babbo me lo ripeteva sempre “Alice, la cordata è tutto quello che conta in una scalata, non romperla mai, per nessun motivo”. Eppure quella mattina nessuno dei due aveva dato peso a quelle parole, gli appigli della parete sud del Cervedo erano un po’ come le scale di casa per lui ed io ero troppo presa dal pensiero fisso che avevamo quell’estate: Il Cervino.

Stavamo facendo le prove generali per l’attacco alla vetta che il babbo sognava fin da quando era bambino e guardava il nonno tornare a casa dalla fabbrica con i chiodi da roccia che si era costruito insieme agli amici operai per aprire nuove vie su quelle enormi cattedrali di roccia ancora inviolate all’epoca. Quando avevo 15 anni il babbo per il mio compleanno mi prese sulle ginocchia davanti il caminetto della cucina e mi affidò il più prezioso tra i ricordi: “Alice, apri la mano e poi chiudi gli occhi.. ecco fatto, ora puoi riaprirli!”-” Babbo, ma cos’è questo”- “Questa, Alice, è la Fede”-“La fede? Babbo ma io vedo solo un pezzo di ferro!”-“Si bimba mia, questo è il chiodo che tanti anni fa salvò il nonno sul Pilastro Rosso del Bianco, questa è la Fiducia, è il rifugio per ogni paura, è l’appiglio che ti tiene stretto alla vita quando vai troppo oltre i tuoi limiti, è la mano che sarà sempre pronta a stringerti forte quando ne avrai bisogno, abbine cura e non perderla mai, perché quando ne avrai bisogno ci sarà sempre!”. Risposi con un sorriso a quelle parole, ero piccola, non potevo capire il significato di quel gesto, ma ricordo che ero emozionata al pensiero del nonno, il mio ricordo più prezioso di lui era quando la domenica mattina mi portava su al passo a guardare le aquile volare sulle alte vette che abbracciavano la valle…Che meraviglia, mi parlava di Bonatti, suo compagno di cordata ai tempi della fabbrica, mi raccontava le storie che il vento soffiava nei paesini di montagna quando ancora le persone si sedevano a tavola e parlavano anziché fissare uno schermo fatto apposta per non comunicare.

Il chiodo da roccia del nonno l’ho conservato sempre, non l’ho mai buttato via, neanche dopo quella mattina sul Cervedo, lo tenevo sempre al collo, vicino il cuore. Tutto quello che mi era rimasto della mia vita in cordata, l’unico ricordo di una vita in verticale, tutto il resto lo avevo buttato via dopo quella fredda mattina; corde, imbraghi, moschettoni, non volevo più vedere niente, dovevo dimenticare, cancellare, e per anni le scale dell’ufficio al quarto piano del palazzo Monsaldi nel centro di Milano erano state il massimo dell’arrampicata che volevo fare.

 Avevo la vita che a 18 anni, quando ero sulla cima del mio prima 4mila, il Monte Rosa, mi ero promessa di non fare mai. Avevo una routine, vivevo inscatolata in una delle tante scatole per uomini del centro di Milano, il massimo del verde che mi concedevo erano le passeggiate a Parco Sempione la Domenica pomeriggio con le amiche di lavoro e tutto questo mi piaceva.

Dopo quella mattina avevo chiuso a chiave l’armadio dei ricordi e nascosto la chiave dove neanche io sarei riuscita a trovarla un domani, avevo paura di ricordare, paura di rivivere quei momenti e così lasciai la casa dei miei in mezzo alla valle e mi trasferii subito a Milano dalle mie cugine che da anni mi invitavano ad andare a stare da loro: “le montagne ormai appartengono al passato, la vita è nelle grandi città ora”, cosi dicevano ed io avevo il bisogno di crederci, il bisogno di guardare la vita ad occhi chiusi e ricominciare.

E ci ero riuscita, o almeno cosi pensavo, mi ero davvero convinta che quella potesse essere chiamata “vita” fino a quando una mattina di febbraio di un anno fa squilla il telefono nel mio piccolo monolocale, dall’altra parte c’era la mamma: “Ciao Ali, come stai? Tutto bene? Ascoltami, so che per te non è semplice ma c’è una cosa che credo tu debba vedere, ti va di venir su nel fine settimana”-“Mamma, di cosa si tratta? Se riguarda papà non voglio parlarne, sai come la penso e non ho voglia di tornare indietro”-“Si Ali, lo so ma ascoltami se ti dico che devi venire, c’è qualcosa di tuo che devo darti”-“Scusami, qualsiasi cosa sia non mi interessa, questo fine settimana poi ho anche vari impegni di lavoro, non ho più tempo per questo genere di cose, a presto mamma, ora devo scappare che mi cercano in Ufficio”. Neanche il tempo di lasciarle spiegare ed ero già sul pianerottolo di casa, corsa per le scale per riuscire a prendere il tram e poi dritta in ufficio. Doveva essere una delle mie  solite mattinate di lavoro immersa nei grigiori del mondo che mi ero costruita ma sul tram accadde qualcosa che dopo anni avrebbe cambiato ancora la mia vita. Ero seduta tranquilla al mio posto, occhi bassi sul display del cellulare e solite cuffiette nelle orecchie, fino a quando alla fermata davanti la stazione centrale salgono un padre ed una figlia entrambi con i loro zainetti da montagna e con gli occhi accesi da emozioni che credevo di aver ormai dimenticato, erano ancora legati in cordata e la gente li guardava strano; chi rideva di loro, chi invece si preoccupava per la “povera bambina”, quasi come se invece fosse normale truccarsi ogni mattina per non farsi riconoscere dalla vita oppure lavorare a ritmi spaventosi per produrre cose inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi per poter comprare.

La bimba però era palesemente imbarazzata da tutto ciò, così mi levai le cuffiette per cercare di sentire cosa stava dicendo al padre: “Babbo, sciogli la corda dai, queste persone ridono ed io ho vergogna”, il babbo la guardò con lo sguardo che solo un padre può regalare ad una figlia e le disse: “Bambina mia, queste persone che vedi intorno a te non esistono, sono solo delle sagome di cartone che si muovono su e giù in questo gran frastuono, ridono perché non sanno cosa vuol dire davvero respirare, bere, camminare, ridono perché non sanno la differenza tra vivere ed essere vissuti, ora ascoltami bene”- Con una mano prese in braccio la piccola e con l’altra afferrò il moschettone e la corda che avevano stretti in vita- “Li vedi questi due oggetti, insieme rappresentano tutto quello di cui gli uomini hanno bisogno per riuscire a scalare la montagna più alta di tutte, la vita! Il Moschettone è l’Amore, è la forza che ci rende capaci di guardare gli altri come fratelli perché è lui che aprendosi tiene la corda stretta alle nostre vite, proprio come quando voi bambini dopo aver litigato vi stringete il mignolino per far pace, funziona proprio così, l’Amore ci mette tutti sullo stesso piano e ci rende capaci di assicurarci alla Corda, il simbolo della Condivisione, la Corda, la Comunità, l’unica cosa che permette all’uomo di raggiungere una vetta ed esser più vicino a Dio, la Corda è il senso profondo della fratellanza, se uno cade lei lo tiene stretto al compagno, lo tiene stretto alla vita. Un Moschettone ed una Corda, l’Amore e la Comunità, tutto questo figlia mia non c’è nelle vetrine di questi grandi negozi destinati a scivolare via prima o poi perché fanno parte di tutto quello che queste persone, che ora ridono di noi, hanno costruito per sentirsi più vivi in queste grandi scatole di cartone. Ora basta vergognarsi, dobbiamo scendere, si torna a casa dalla mamma e dal fratellino, sei pronta a raccontargli tutto della nostra avventura?”.

L’esempio è la scintilla che può accendere il fuoco più forte di qualsiasi altra distrazione, la forza che riaccende la Volontà, il fuoco che ci da la forza per tornare a fare tutto quello che ci far star davvero bene e che mettiamo da parte perché “abbiamo sempre cose più importanti da fare”.

le parole di quel padre, gli occhi di quella bambina, avevano smosso qualcosa giù nel fondo della mia anima, avevano dato uno scossone all’armadio dei ricordi facendolo cadere e venir fuori tutto…

La prima volta in parete, gli stambecchi che venivano giù di corsa dai crinali, l’acqua che scorreva silenziosa sulle colonne di quelle enormi cattedrali, il cuore che batteva forte sulla cima del M.Bianco, gli occhi di mio padre mentre parlava del Cervino…

In ufficio mi stavano aspettando per un’importante riunione in programma da mesi, ma ad un tratto non contava più nulla, ad un tratto non avevo più tempo per “le cose più importanti da fare”, ad un tratto sentivo di nuovo il bisogno di vivere leggera come le aquile, volare sugli alti campanili di granito e guardare questo mondo dall’alto, dove un attimo vale ancora un attimo senza il bisogno di chiederti come mai.

Nei finestrini del treno diretto a casa scorrevano i gioielli più preziosi del mio passato, i ricordi della vita che mio padre aveva saputo regalarmi, nel vetro c’era la promessa di una ragazza al proprio padre, c’era la donna che ora è qui su, a 4478 metri, per tener fede a quelle parole: “Babbo prometto che poi quando arrivo per prima su in cima ti aspetto per la foto!”.

Ed eccomi qui Babbo, la cima del Cervino, il tuo sogno più grande, sono qui ad aspettarti perché ora so che arriverai, ora so che quella fredda mattina non ci ha diviso perché la nostra cordata è ancora unita, so che tu sei qui, di fianco a me e mi guardi ancora negli occhi come il giorno dei miei 15 anni, come il giorno in cui hai legato la tua vita alla mia, come il giorno che mi hai resa libera babbo!

Questa cima è per te, che ora voli libero in questi alti spazi, in questi enormi silenzi…

Il Chiodo, il Moschettone e la Corda.

La Fede, l’Amore e la Comunità.

Di Valerio Sirignano

Un ringraziamento particolare a Valerio, per avermi affidato questo racconto e per il testo che trovate in questo post. Suo anche questo. 

Benvenuto sui miei blog. Christian S.

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